Il cyberbullismo: che cos’è e come combatterlo

bullo

Negli ultimi mesi, ci sono stati diversi casi di cyberbullismo giovanile culminate con il suicidio della vittima. Che cos’è il cyberbullismo? E perché può avere conseguenze così gravi? Possiamo aiutare i ragazzi a difendersi?

Per comprendere il fenomeno, è necessario capire cos’è il bullismo. Un “bullo” è un individuo che mette in atto azioni ripetute nel tempo mirate a danneggiare o fare del male a una persona. Il bullismo “classico” assume tre principali forme: fisico, basato su violenze fisiche o danneggiamento di proprietà altrui; verbale, consistente in insulti e prese in giro delle vittime; indiretto, centrato sull’esclusione da un gruppo o la diffusione di pettegolezzi. E’ un fenomeno molto diffuso, tanto che in diverse indagini fatte nelle scuole almeno uno studente su cinque dichiara di aver subito una qualche forma di prepotenza.

A fianco del bullismo “classico”, oggi assistiamo sempre più spesso a forme di bullismo virtuale, o cyberbullismo, in cui il bullo mina il benessere della vittima attraverso mezzi elettronici, come sms, foto, filmati, siti web, social network, e-mail o blog. A differenza di quanto avveniva in passato, il bullo può essere conosciuto dalla vittima, ma può anche essere un estraneo. Il cyberbullo mette comunque in atto un’aggressione volontaria e continuata nei confronti della sua vittima, secondo diverse modalità. Alcune di queste corrispondono alle modalità verbale e indiretta del bullismo classico, altre sono forme nuove, strettamente legate alle potenzialità dei mezzi a disposizione del bullo. In particolare abbiamo:

- impersonificazione: spedire messaggi o pubblicare contenuti fingendo di essere qualcun altro

- flaming/trolling: scrivere messaggi violenti, volgari, irritanti o provocatori con l’obiettivo di scatenare scontri su forum e bacheche internet

- molestia: invio continuo di messaggi col fine di offendere e mortificare una specifica persona

- rivelazione: diffusione pubblica di messaggi, confidenze e foto private o imbarazzanti, ottenute dalla vittima in privato, ovvero in una situazione in cui la vittima si sentiva sicura

- denigrazione: pubblicazione di commenti o storie mirati a danneggiare la reputazione di qualcuno

- esclusione: esclusione di una persona da un gruppo o da un’attività online con l’obiettivo di ferirla e farla sentire isolata

- persecuzione: minacce e molestie ripetute al fine di incutere timore nella vittima

I comportamenti specifici di questa nuova forma di prepotenza sono rinforzati dal fatto che il bullo agisce solitamente in modo anonimo, o fingendo di essere un’altra persona. Questa “mancanza” d’identità lo fa sentire sicuro e gli fa sentire meno l’effetto delle proprie azioni, percepite appunto come “virtuali”, senza traccia, intangibili e senza conseguenze. In realtà, alcuni comportamenti, come il furto di password o insultare una persona, sono illegali anche se fatti attraverso la rete. Una seconda differenza rispetto al normale bullismo è l’assenza di un contesto spazio-temporale: non sono più la scuola, i momenti di gioco o i luoghi d’incontro a presentare un rischio, ma l’attacco può avvenire in qualsiasi momento, su qualsiasi piattaforma o sito a cui la vittima si collega.

Nonostante le nuove modalità, gli effetti di questi attacchi sulle vittime sono analoghi a quelli del bullismo “classico”: depressione, ansia, paura, bassa autostima, evitamento delle situazioni o dei luoghi più a rischio, problemi scolastici e somatizzazioni, spingendo nei casi più estremi anche a pensieri suicidari. Questi effetti sono tanto più forti quanto è più intensa la frequentazione del web della vittima. Come mai questi atti possono avere conseguenze così gravi?

Oggi i ragazzi passano molte ore a costruire il proprio profilo sui siti internet, investendo moltissime energie nella costruzione di una vera e propria identità virtuale. Questa è l’identità con cui vogliono essere visti dagli altri, e che a volte può essere molto diversa da come sono realmente. Ecco che, magari, sul web un ragazzo timido diventa un duro, una ragazza timida una seduttrice. Dobbiamo anche considerare che, al contrario di quanto accadeva fino a poco fa, l’attacco via internet non è limitato a un solo ambito di vita del soggetto. Se prima i pettegolezzi e le dicerie rimanevano, ad esempio, all’interno della scuola, oggi la vittima rischia di vedersi diffamata e umiliata davanti a tutte le persone con cui ha un legame. Improvvisamente tutto crolla, tutta la fatica fatta per costruirsi un’identità è diventata inutile. Presentarsi davanti agli altri è troppo imbarazzante, e pensare di superare quel momento di vergogna e di ricostruirsi un’immagine positiva e apprezzata dagli altri diventa impossibile.

Come possiamo aiutare i ragazzi a difendersi da questi fenomeni?

Bisogna considerare prima di tutto la forte resistenza dei giovani nel confidarsi con un adulto. Da una parte c’è la voglia di mantenere il segreto sulla propria identità e le proprie attività online, frutto di un lungo e personalissimo lavoro dei ragazzi, spesso portato avanti all’insaputa dei genitori. Dall’altra c’è la paura della reazione che l’adulto potrebbe avere vedendo i contenuti dei ragazzi, che potrebbero causare imbarazzo, incredulità o scoppi di rabbia. Non dobbiamo dimenticare poi che le vittime sono spesso ricattate dal bullo: se cercheranno aiuto, verrà pubblicato nuovo materiale imbarazzante sulla vittima.

Anzitutto, sarebbe utile per i genitori “studiare” un po’ d’informatica. Gli esperti di computer sono i ragazzi, tanto che spesso sono lasciati soli ad utilizzare questo strumento. Capita invece che gli adulti non sappiano eseguire al PC nemmeno le azioni più basilari. Imparando a conoscere il computer, i siti web più visitati dai figli e l’uso dei filtri che permettono il blocco di contenuti non appropriati a minori, i genitori possono invece fare molto per garantire un uso sicuro della rete.

Si deve poi insegnare ai ragazzi a difendere la propria riservatezza, invitandoli a prestare molta attenzione a cosa condividono e con chi: in questo caso più che mai, è necessario non fidarsi degli sconosciuti. Anche quando i messaggi e le foto sono inviate ad amici, è bene riflettere sull’opportunità di condividere quei dati: una volta che il messaggio o il file sono inviati, non abbiamo più il controllo su chi altro li riceverà.

Un ultimo punto è legato alla consapevolezza delle conseguenze: è bene ricordare ai propri figli che anche ciò che facciamo sul web può avere ripercussioni serie. Ciò che diciamo, il computer che usiamo, le azioni che facciamo, tutto può lasciare una traccia, e può essere utilizzato per l’identificazione e come prova in caso di reato.

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