Quando i voti peggiorano…

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Può capitare che con l’arrivo dell’adolescenza si presentino dei problemi con la scuola che prima non c’erano. Un buon rendimento, un comportamento adeguato, lasciano spazio a un disinteresse che sembra essere totale. Da cosa nasce? Quando è il segnale di un vero problema?
Bisogna ricordare che le ragazze, solitamente, riescono a seguire meglio le richieste della scuola. Con il passaggio alle scuole secondarie riescono a sviluppare più precocemente una serie di qualità, come la capacità di concentrarsi, l’autonomia, una maggiore responsabilità, che assicurano risultati più brillanti anche a scuola. I ragazzi, invece, hanno difficoltà ad esaudire le richieste di maturità e applicazione, tanto che spesso diventano gli elementi di “disturbo” della classe. Anche perché, a questa età, ha un maggior successo tra i coetanei il “pagliaccio” rispetto al “secchione”. Il passaggio alla scuola secondaria, può quindi rappresentare un momento di grande cambiamento nei figli, cambiamento che si riflette negativamente sul clima familiare.

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Tatuaggi e piercing:perché?

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Può apparire strana ed incomprensibile ad un adulto la volontà di un adolescente di sottoporsi a pratiche di modifica del proprio corpo, spesso anche molto dolorose, come tatuaggi e piercing. Che valore hanno queste scelte, che a volte possono cambiare radicalmente il proprio aspetto? Possono nascondere un malessere? Cerchiamo di capire insieme quali sono i motivi alla base di una scelta sempre più comune tra i ragazzi.
L’adolescenza si presenta come una fase di transizione in cui i ragazzi devono rielaborare la propria immagine di sé, passando dall’idea di sé come bambini a quella di sé come adulti. Certamente, uno dei cambiamenti maggiori avviene proprio nel corpo, che durante questi anni cresce e matura, fino a diventare il corpo dei “grandi”. Proprio la necessità di riappropriarsi del nuovo corpo diventa uno dei compiti fondamentali che l’adolescente deve affrontare per poter dire concluso il suo percorso, per poter diventare un adulto completo e consapevole. Ma non sempre è facile accettare ciò che sta cambiando così rapidamente e, in qualche caso, che sta diventando qualcosa che non ci piace. Dopo aver registrato i cambiamenti fisici, dobbiamo infatti imparare anche ad accettarci mentalmente per come siamo diventati.

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Corso di preparazione all’Esame di Stato di psicologia

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Nella sezione corsi del nostro sito www.studiopsy.com, puoi trovare tutte le informazioni sul corso di preparazione all’Esame di Stato per psicologi.

Il corso si terrà tra Aprile e Maggio 2013, e mira a preparare i partecipanti ad affrontare l’Esame attraverso l’analisi delle varie prove e l’individuazione di strategie efficaci per la creazione di risposte complete e articolate.

Non farti trovare impreparato!

 

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La televisione: amica o nemica?

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La televisione è ormai considerata il mass media elettronico più diffuso nelle nostre case e molte persone ormai la considerano come principale strumento d’informazione, come filtro della realtà che ci circonda. Uno strumento che affascina e, in molti casi, tiene compagnia.

La televisione suscita però, specialmente nella popolazione adulta, sentimenti contrastanti. Come accennato in precedenza, possedere un televisore è ormai la normalità; non doversi scomodare per acquistare un giornale su cui leggere le notizie dal mondo ma avere tutte le informazioni che si desiderano lì, immediatamente, non è certo una cosa da poco. L’estesa gamma di programmi forniti dalla televisione dà alla persona la possibilità di occupare il proprio tempo come meglio crede, divertendosi, informandosi, rilassandosi tranquillamente sul proprio divano.

Contemporaneamente, si condivide però l’idea che la televisione possieda un lato “oscuro”, un potere spaventoso e difficilmente controllabile. La credenza più diffusa è che la tv abbia il potere di conquistare le menti dei nostri bambini, plagiandoli, condizionando i loro pensieri e i loro comportamenti. Sembra che queste credenze siano diffuse nella maggior parte della popolazione e che questo “potere dei mass media” sia vissuto come un qualcosa di magico, difficile da controllare, e soprattutto da impedire.

È importante sottolineare come queste preoccupazioni abbiano un fondo di realtà, venendo spesso confermate da studi e ricerche sull’argomento, riferite in particolare alla fascia d’età che va dall’infanzia all’adolescenza. Ma quali sono i rischi della tv? Continua a leggere

Il cyberbullismo: che cos’è e come combatterlo

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Negli ultimi mesi, ci sono stati diversi casi di cyberbullismo giovanile culminate con il suicidio della vittima. Che cos’è il cyberbullismo? E perché può avere conseguenze così gravi? Possiamo aiutare i ragazzi a difendersi?

Per comprendere il fenomeno, è necessario capire cos’è il bullismo. Un “bullo” è un individuo che mette in atto azioni ripetute nel tempo mirate a danneggiare o fare del male a una persona. Il bullismo “classico” assume tre principali forme: fisico, basato su violenze fisiche o danneggiamento di proprietà altrui; verbale, consistente in insulti e prese in giro delle vittime; indiretto, centrato sull’esclusione da un gruppo o la diffusione di pettegolezzi. E’ un fenomeno molto diffuso, tanto che in diverse indagini fatte nelle scuole almeno uno studente su cinque dichiara di aver subito una qualche forma di prepotenza.

A fianco del bullismo “classico”, oggi assistiamo sempre più spesso a forme di bullismo virtuale, o cyberbullismo, in cui il bullo mina il benessere della vittima attraverso mezzi elettronici, come sms, foto, filmati, siti web, social network, e-mail o blog. A differenza di quanto avveniva in passato, il bullo può essere conosciuto dalla vittima, ma può anche essere un estraneo. Il cyberbullo mette comunque in atto un’aggressione volontaria e continuata nei confronti della sua vittima, secondo diverse modalità. Alcune di queste corrispondono alle modalità verbale e indiretta del bullismo classico, altre sono forme nuove, strettamente legate alle potenzialità dei mezzi a disposizione del bullo. Continua a leggere

Che differenza c’è tra paura e fobia?

Perché abbiamo paura? È qualcosa che ci paralizza, è una sensazione che spesso neghiamo, che compromette il funzionamento delle persone nella vita di tutti i giorni. Ma a volte è anche uno strumento utile, che ha permesso la sopravvivenza della specie lungo tutto l’arco dell’evoluzione.

Per rispondere a queste domande bisogna fare un distinzione tra la semplice reazione di paura ad una situazione di pericolo ed un disturbo comunemente detto fobia.

Possiamo definire la paura come una reazione appropriata di fronte ad uno stimolo pericoloso. Questo meccanismo ci permette di reagire al pericolo con rapidità, in modo da garantirci la sopravvivenza. Ad esempio un escursionista sta camminando sereno in montagna e si irrigidisce immediatamente quando sente un rumore provenire da dietro un cespuglio, per poi rilassarsi quando si accorge che è solo uno scogliattolo che ha provocato quel fruscio. Oppure il batticuore e la sudorazione che viene quando una persona ti taglia la strada in macchina non rispettando la precedenza alla rotonda.

Vediamo come in alcuni casi e dentro specifici contesti le reazioni di paura non svolgono più la semplice funzione di difesa contro un pericolo. Una persona che deve limitare i propri viaggi o la propria carriera lavorativa perché per lei il pensiero di prendere un aereo ne blocca il respiro; una donna costretta a rinchiudersi in casa e far finta di non esserci quando citofona il postino perché la sola vista di una persona estranea è per lei paralizzante; un ragazzo che non riesce ad addormentarsi al pensiero che possa esserci un ragno nella cameretta; una giovane donna che deve rinunciare ad uscite mondane, come al cinema o a teatro, oppure a fare shopping in un centro commerciale per via del malessere che le procura trovarsi immersa nella folla. Questi sono esempi comuni di fobie che paralizzano le  persone nella vita di tutti i giorni. Fobia sociale, fobia delle malattie, agorafobia: i loro nomi sono vari, e talvolta complicati. Ciò che è chiaro è quanto questi tipi di disturbi siano diffusi, tanto è vero che colpiscono pressappoco dieci milioni di italiani, cioè quasi il 20% della popolazione. Continua a leggere

L’autostima…che cos’è?

Oggigiorno, in diversi contesti, si sente spesso parlare di autostima…Ma cos’è esattamente? L’autostima è la valutazione che una persona dà di se stessa, e in quanto tale è un fattore dinamico, che evolve nel tempo e subisce variazioni anche notevoli nel corso della vita. Il nostro senso di autostima deriva da numerosi fattori: cognitivi, cioè l’insieme di conoscenze di una persona, la consapevolezza di sé e delle situazioni vissute; affettivi, che influenzano la sensibilità nel provare e riconoscere i sentimenti propri ed altrui; sociali, che condizionano l’appartenenza ad un gruppo, la possibilità di avere un’influenza sullo stesso e di ricevere o meno approvazione dai suoi componenti.

L’autostima non è quindi un concetto unitario, e può svilupparsi in differenti ambiti:

  • sociale: riguarda come ci sentiamo in relazione alla cerchia di amici, conoscenti e nel rapporto col partner
  • scolastico/lavorativo: riguarda quanto ci sentiamo sicuri in una determinata attività e i vantaggi che questo      comporta
  • familiare: è influenzata dalla sicurezza affettiva, che il bambino sviluppa a partire dal rapporto iniziale con la madre, e riguarda come sentiamo di essere valutati dai genitori e dalla famiglia
  • corporeo: è legata all’aspetto fisico e alle prestazioni fisiche.

Il senso di autostima si costruisce quindi a partire dalle relazioni reali che ogni persona costruisce nel proprio ambiente, ma anche da quelle interiorizzate e rielaborate nel proprio mondo interno, da quelle impressioni o immagini mentali che ciascuno si crea degli altri. Continua a leggere

Pazzi per internet

Viviamo in un mondo che non può più fare a meno di vederci connessi a internet: cellulare, email, Facebook, Twitter. L’uso massiccio della rete è solo un nuovo, potentissimo mezzo per comunicare, o può essere il segnale che qualcosa non va?

Sicuramente internet permette di colmare grandi distanze in pochi secondi, diventando un utilissimo strumento per scambiarsi notizie, e quando è ben usato è un fantastico mezzo per aumentare la produttività individuale e aziendale. Ma sono molti i racconti di persone che si sono isolate dal mondo, a causa degli eccessi nell’uso del pc, della navigazione, del social networking. Se è vero che si tratta solitamente di casi isolati e, spesso, di soggetti che già avevano delle debolezze psicologiche pregresse, i dati che emergono dalle ricerche più recenti sembrano suggerire che il nostro stile di vita virtuale, sempre connesso, sempre più “sociale”, e sempre più intrusivo possa portarci non solo all’isolamento, ma anche alla depressione, all’ansia e allo sviluppo di veri e propri disturbi mentali.

Il moderno stile di vita sempre “connesso” ci può sembrare normale, ma questo non vuol dire che sia effettivamente sano o sostenibile. Molti di noi fissano uno schermo, piccolo o grande che sia, per più di otto ore al giorno. Mandiamo in media 400 messaggi al mese, ma gli adolescenti possono arrivare anche a 3700. E spesso iniziamo ancora prima di svegliarci, quando ancora siamo stesi a letto. Perché allora usiamo  internet per un tempo superiore a quello che dedichiamo al sonno o a qualsiasi altra attività della giornata? Continua a leggere

Dobbiamo comunicare le “cattive notizie” ai nostri figli?

Quando dobbiamo dare una brutta notizia, in molti casi decidiamo di non coinvolgere i bambini. La loro scarsa esperienza, le difficoltà nello spiegare certe situazioni, un sistema nervoso ancora in crescita, un funzionamento cognitivo non ancora pienamente sviluppato, tutto sembrerebbe giustificare la decisione di non parlare degli eventi negativi prima di una certa età. Solo la consapevolezza di un adulto o di un adolescente maturo giustifica una specifica attenzione nella comunicazione di certe notizie. Oppure no? Un professionista che lavora a contatto con i bambini impara rapidamente che i piccoli possiedono capacità che sembrano quasi sovrannaturali. Essi riescono infatti a comprendere molto più di quanto non sembri. Molto più di quanto, forse, non riesca a fare un adulto, specialmente quando non si usano parole. Questo è ancora più vero nelle situazioni di grande stress e difficoltà, come possono essere una grave malattia, specialmente se il malato è il bambino stesso, o la morte di un parente stretto. Il vissuto del proprio corpo e il malessere dei propri cari, nonostante sia spesso un tabù di cui non si può parlare, produce delle conseguenze importantissime nella psiche del bambino e dell’adolescente. Qui analizzeremo in particolare queste due situazioni, ma quanto verrà detto rimane valido per tutti quegli eventi che sconvolgono la vita della famiglia.

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